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Il capitalismo del territorio: la via italiana alla ricerca del senso e dell’utile.
di Martina Tafuro

“Fra tutti gli esseri, l’uomo è il più utile all’uomo.
Non può egli sperare da altri quei beni che
soltanto dai suoi simili può ottenere”
.

Matteo Palmieri
, Della vita civile, 1438-1439

La grave crisi economica nata nel 2007/2008 non è per niente una crisi ciclica o congiunturale.

La crisi finanziaria negli Stati Uniti, la crisi del debito sovrano in Europa e il rallentamento della crescita nei Paesi emergenti, sono solo gli aspetti più evidenti della situazione, dal momento che a entrare in crisi, sono stati i sistemi globali del capitalismo. 

Le strutture fondamentali del nostro vivere in comune sono state rimesse in gioco, perché appare sempre più palese come la questione del senso di quello che si è e di quello che si fa si intrecci con quella dell’utile economico e sociale. 

I soggetti sociali, sono chiamati a riempire di un rinnovato significato l’esistenza quotidiana, da cui ripartire per stabilire nuovi obiettivi personali e finalità collettive.

Riportare al centro della scena, dove agisce il consumattore, l’antica e sempre viva relazione tra l’uomo e la terra (Pachamama), che cerca nell’agire quotidiano, la realizzazione di desideri in sintonia e in sincronia con i tempi di un capitalismo che prova a fagocitare il senso del limite.

Questa ricerca di senso, potremmo identificarla con il concetto, tutto italiano, di capitalismo del territorio.

I concetti e i segni della ricerca del senso e dell’utile

TERRA: è il rapportarsi a pratiche e regole millenarie di manutenzione e uso responsabile delle risorse naturali che disegnano il paesaggio.

TERRITORIO: è il confrontarsi verso modalità di sviluppo della presenza umana, allegoria di uno sviluppo senza fratture, laddove i luoghi vengono stratificati a cielo aperto.

TECNOLOGIA: è il fattore che qualifica la modernità che con i saperi scientifici permette alla terra e al territorio di tracciare una nuova visione di sviluppo. Crescita, incanalata all’interno dei modelli competitivi globali, capace di implementare forme riproduttive equilibrate, in grado di supportare rinnovate forme di relazioni sociali e radicamento delle comunità locali.

Il Bel Paese ha da sempre implementato quei processi aggregativi e funzionali in grado di supportare strategie di adattamento creativo alle trasformazioni radicali e spesso inaspettate che l’hanno caratterizzato.

Ancor di più nella fase attuale, laddove regna la necessità di creare interazione e di tecnologizzare il processo di apprendimento, il modello di persuasione italiano è caratterizzato da originalità e esclusività creativa.

Al centro del nostro capitalismo c’è sempre la promozione del territorio, anche se a volte sfocia nella parcellizzazione. Oggi, tuttavia, il territorio è il sicuro motore dello sviluppo attraverso il protagonismo di progetti industriali come, ad esempio, l’esperienza imprenditiva del Pastifico Di Martino, cardine di questo nuovo modello di fare impresa attraverso l’approssimazione al cliente, vedi il progetto Proximity.

Imprese che non spezzano i rapporti con il locale nel nome della proiezione internazionale, al contrario rafforzano e rinsaldano la propria presenza sul mercato globale utilizzando e trasferendo conoscenza alla rete degli stakeholder, di cui l’impresa si fa interprete, che in questo modo si aprono all’innovazione. Il risultato auspicato è che il modello italiano, sarà in grado di affiancarsi, ad altri modelli europei più strutturati sulla dimensione verticale.

Inoltre, la Di Martino Air, è e sarà in grado di puntare non solo ad esprimere e comunicare un modello di impresa efficace e concreto rispetto al classico schema, ma a comunicare innovazione, tecnologia e creatività del processo produttivo in un’ottica di omnicanalità, per farne un elemento competitivo a pieno titolo, che trasmetta l’italianità della qualità dei prodotti e della raffinatezza del servizio.

Questa specificità, perseguita con il progetto di radicamento: Di Martino experience, diventa via italiana alla ricerca del senso e dell’utile, che ha la capacità di amalgamare radicamento locale e capacità di competere nel mondo.

La via maestra, da implementare e diffondere è quella di un sistema non molecolare: il capitalismo intermedio.

Sul tema, Aldo Bonomi scrive:“È questo lo spazio di ciò che chiamo capitalismo intermedio.

In esso convivono filiere saldamente agganciate alle dinamiche di una industria ormai europea con economie in sofferenza; società urbane caratterizzate da economie e culture politiche cosmopolite e periferie periurbane o provinciali estenuate dall’accelerazione sociale del turbo-capitalismo globale.

Il capitalismo intermedio non è dunque un modello in continuità con il passato: non è l’adattamento delle vecchie economie territoriali, delle società locali affluenti e di un ceto medio dell’impresa molecolare.

I nuovi imprenditori e ceti medi terziari, le esperienze di innovazione sociale che si possono incontrare percorrendo le città e i territori da Nord Est a Nord Ovest sono espressione di un nuovo tipo di società in cui polarizzazione e tenuta dei fondamentali della coesione sociale convivono.

Gli stessi risultati elettorali, che non hanno diviso soltanto il Nord dal Sud, ma le città (i centri) dalle (nuove) periferie, mi sembra esprimano le contraddizioni di nuovi rapporti sociali e di nuove forme di economia che stanno emergendo.”

Napoli, 27 febbraio 2020