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Democrazia diretta, partecipativa e deliberativa

 di Martina Tafuro

Ignacio Ramonet, ha scritto: “Che cos’è il pensiero unico? È la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale”.

È ancora possibile immaginare un mondo diverso rispetto a quello dominato dal pensiero unico neoliberista?

Il termine, pensiero unico, fu coniato nel gennaio del 1995 in un editoriale dal direttore responsabile di Le Monde diplomatique, Ignacio Ramonet.

E se si, quale strada si deve percorrere per cambiare il sistema?

Con quali mezzi, strumenti e azioni è possibile formare nuovi cittadini che abbiano il gusto della partecipazione, che ricerchino il bene comune, che abbiano uno spiccato senso di comunità, che si sentano ognuno responsabile di tutto?

Insomma, esiste la democrazia partecipativa?

Il luogo dove il nuovo cittadino deve essere informato sull’operato di chi amministra le città, dove trova la possibilità di sviluppare proposte e progetti su temi relativi all’ambiente, alla sanità, al risparmio del denaro pubblico, al turismo sostenibile, alla raccolta dei rifiuti porta a porta, all’ acqua pubblica.

Le decisioni per il bene delle città non devono essere prese da una manciata di persone, ma dalla stessa collettività nella sua interezza.

Le parole d’ordine sono: confronto, dialogo, partecipazione, passione civica.

E’ innegabile che una comunità opera e funziona bene, solo quando, tutti i suoi componenti hanno introiettato un codice morale e sociale ispirato a partecipazione e rispetto.

La politica, quando è in grado di mettersi in gioco, ha un solo mandato: restituire potere ai cittadini.

Alimentando la partecipazione dei cittadini nelle scelte delle politiche pubbliche, è possibile sperimentare il governo orizzontale, sicura strada per riuscire a promuovere cambiamenti socio/culturali.

E a Nola, in Italia? Sono possibili esperimenti del genere?

Si. Anzi, sono già stati compiuti, spesso inconsapevolmente, a partire dal livello locale.

Si pensi alle numerose esperienze di coloro, che praticano il cambiamento dal basso attraverso una nuova visione della politica locale, partecipata, attenta al territorio, all’integrazione.

Insomma, queste sono le risposte da dare in uno scenario dove regna sovrano il raggrupparsi per plotoni che agiscono come la mera somma di tante soggettività.

Stiamo vivendo lo spazio in cui la speranza è rinata, lottando contro l’intrecciarsi di profezie svendute a basso prezzo.

Democrazia diretta, evoca l’immagine dell’agorà ateniese e indica l’esercizio diretto del potere e della sovranità da parte dei cittadini. Forme di democrazia diretta sono tutte quelle procedure che implicano l’annullamento di ogni mediazione nell’esercizio del potere del popolo.

Le teorie che si appellano alla democrazia diretta hanno trovato alimento nella critica al ruolo della rappresentanza. In questa visione direttistica della democrazia, centrale appare l’idea che ogni forma di rappresentanza politica conduca inevitabilmente alla separazione, al distacco, degli eletti dal popolo.

E da qui, dunque, le contromisure: quelle che portano a una visione della rappresentanza come delega vincolata e funzionale e l’idea di un mandato imperativo per gli eletti.

Democrazia partecipativa, prende le mosse negli Stati Uniti degli anni Sessanta del Novecento: è allora che nasce e si sviluppa un modello di participatory democracy, che trarrà ispirazione dal movimento per i diritti civili e poi dai grandi movimenti giovanili di quel decennio. Tra i tratti costitutivi di questo modello teorico vi era il rifiuto radicale della rappresentanza, di cui si sottolineavano gli effetti perversi: in particolare, l’atrofizzazione delle capacità politiche degli individui, gli incentivi all’apatia e alla passività. Come antidoto a tutto ciò, la participatory democracy esaltava le possibili virtù di una cittadinanza attiva che doveva e poteva essere educata e alimentata da forme dirette di empowerment, dall’esercizio di una diretta responsabilità di autonomia, autogoverno e autodeterminazione. Al centro, vi era dunque una visione della democrazia come democrazia locale e comunitaria, fondata sulla diretta partecipazione del cittadino alla formazione delle scelte collettive. Di recente il richiamo alla democrazia partecipativa si produce sull’onda dei movimenti di critica alla globalizzazione.

Contro la logica del pensiero unico, occorre attivare un protagonismo sociale dal basso e la democrazia partecipativa, in questo senso, diviene lo strumento attraverso cui si costituisce una nuova soggettività sociale critica e antagonistica. Torna, quindi, in forme rinnovate, l’idea di un empowerment delle società locali, oggi contro i processi di omologazione indotti dalla globalizzazione, e torna l’idea che le comunità locali si possano e debbano autogovernare, e riappropriarsi così del loro destino. Tuttavia, a differenza delle visioni che possiamo ricondurre a una visione diretta della democrazia, le più recenti elaborazioni di un modello di democrazia partecipativa propongono una forma di coesistenza o di complementarietà con le istituzioni della democrazia rappresentativa: le forme e i processi di democrazia partecipativa, così, tendono ad essere viste come quelle in cui i cittadini esercitano una qualche forma di pressione o costruiscono una relazione con i processi decisionali propri delle istituzioni attraverso un loro intervento all’interno di tali processi.

Democrazia deliberativa. Una possibile definizione, attraverso cui cogliere il tratto specifico di questa concezione della democrazia, può essere trovata nella contrapposizione tra una concezione aggregativa, l’idea che le preferenze degli individui possano e debbano essere solo contate, assunte come date e come espressione diretta della loro volontà.

Oppure in una concezione trasformativa e discorsiva della democrazia, cioè l’idea che le preferenze degli individui non sono esogene, ma possono formarsi e trasformarsi nel corso stesso di un processo e di una procedura deliberativa.

Una procedura democratica deliberativa si fonda sulla discussione pubblica, sullo scambio di ragioni e di argomenti, e può ambire a ottenere un consenso razionale e una soluzione condivisa, o produrre decisioni migliori; ma può anche limitarsi a circoscrivere le ragioni di un disaccordo o di un conflitto, a renderlo produttivo, individuando possibili punti di equilibrio e di compromesso.

Deliberare significa soppesare i pro e i contro delle possibili soluzioni a un problema collettivo.

In conclusione, si può ben comprendere che democrazia diretta, democrazia partecipativa e democrazia deliberativa sono tre modelli da tenere separati per evitare confusioni e fraintendimenti.

Le prime due si fondano sull’azione diretta di cittadini che acquisiscono o cercano di esercitare una qualche forma di potere sulle decisioni istituzionali.

La terza, invece, punta soprattutto sullo scambio argomentativo e sulla discussione pubblica che precedono una decisione, e vedono la deliberazione come fase di un processo di costruzione dialogica e discorsiva di decisioni che spetta comunque alle legittime istituzioni democratiche assumere.

Napoli, 18 giugno 2018