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Basta con la supremazia degli azionisti
di Martina Tafuro

Gli azionisti, secondo la Business Roundtable, vanno considerati alla pari dei lavoratori, dei clienti, dei fornitori e delle comunità in cui si opera. Poiché il “proposito di un’azienda” non è più solo e soltanto il profitto per gli azionisti.

Il Roosevelt Institute – think tank liberale americano – ha stimato che negli ultimi 15 anni le aziende Usa hanno spedito il 94% dei profitti agli azionisti.

Insomma, di fronte all’altare del dio denaro, i sacerdoti del profitto ripetono come un mantra che  l’imperativo del settore privato è la massimizzazione del profitto per i propri azionisti.

Nel corso della storia, però, l’umanità ha cercato in vari modi di limitare questo opportunismo, cercando di favorire la nascita di dinamiche al fine di includere, nelle strategie aziendali, aspetti etici che abbiano ripercussione su tutti i soggetti coinvolti, direttamente o indirettamente, nell’attività economica di una realtà d’impresa.

La svolta epocale è di oggi, 19 agosto 2019, la Business Roundtable, grande associazione della Corporate America con oltre 180 imprese che impiegano dieci milioni di dipendenti, ha dichiarato che il proposito di un’azienda non è più solo e soltanto il profitto per gli azionisti.

La forte e innovativa presa di posizione unitaria dei colossi statunitensi, è stata effettuata attraverso un comunicato pubblicato sul sito dell’associazione.

Quindi la classe dei padroni ha aggiornato i suoi valori, mettendo al centro delle sue scelte contributi e responsabilità nei confronti di lavoratori, fornitori, ambiente e comunità. Una nuova carta etica, insomma, che riequilibra la missione a favore del sociale e lo fa scommettendo che questo sarà anche un aspetto chiave per il successo futuro.

Certamente  le realtà più piccole impattano in modo inferiore su un determinato territorio o su una società rispetto alle multinazionali. Ciò non le sottrae dal doversi dotare anch’esse di un codice di comportamento adeguato o da modelli etici che non danneggino alcun stakeholder.

La mission delle imprese è primariamente economica, ma ciò non toglie che l’azione del settore privato debba diventare fonte di arricchimento sociale, economico e tecnologico per la società in cui essa opera, più che una mera fonte di profitto per chi la gestisce.

Con il passare degli anni e con l’aumento delle conoscenze dal punto di vista socio/ambientale, si cerca di dare all’impresa obiettivi sempre più sostenibili, che non entrino in contrasto con le consuetudini umani e sociali in cui si trova ad operare.

Jeff Bezos, ceo di Amazon, di recente ha annunciato progetti per riqualificare centomila dipendenti, ben un terzo della sua forza lavoro statunitense.

D’altra parte è pur vero che sono ancora vivi gli eccessi dell’alta finanza che hanno generato e aggravato la grande crisi del 2008, da questo punto di vista il business ha sicuramente un problema d’immagine.

Altro aspetto negativo da sanare sono le critiche rivolte ai colossi della gig economy per condizioni di lavoro spesso inadeguate, contrapposte agli stratosferici stipendi elargiti al management.

Come non tenere conto, poi, delle crescenti difficoltà degli stessi ceti medi americani, delle pressioni contro discriminazioni razziali e sessuali sul posto di lavoro, dei tagli di costi e benefit e delle generali difficoltà oggi nel raggiungere l’autonomia reddituale da parte di settori crescenti della popolazione.

La scelta operata dalla Business Roundtable è però degna di nota.

I tempi sono mutati creando un nuovo equilibrio tra business e società , poiché “grandi datori di lavoro investono nei loro dipendenti e comunità perché sanno che è il solo modo per avere successo nel lungo periodo”.

In questa odierna dichiarazione la Business Roundtable evidenzia che: “Il business svolge un ruolo vitale nell’economia creando occupazione, stimolando innovazione e offrendo beni e servizi essenziali”, affermando che “se ciascuna delle nostre imprese individualmente serve propri scopi corporate, condividiamo un impegno di fondo nei confronti di tutti gli stakeholder. Ci impegniamo a fornire valore a tutti loro, per il futuro successo delle nostre aziende, delle nostre comunità e nel nostro Paese”.

Quindi, addio profitti ad ogni costo, più attenzione ai lavoratori e all’ambiente, mettendo in disparte  la filosofia dell’economista Milton Friedman secondo cui “la responsabilità sociale delle aziende è aumentare i suoi profitti”.

Le multinazionali, con le risorse e gli strumenti di cui dispongono, potrebbero rappresentare le chiavi di svolta per lo sviluppo economico, sociale e commerciale di aree geografiche ancora arretrate.

Pur tuttavia, è bene chiarire prime quali strumenti adottare, nell’ottica di una svecchiata forma di management attenta alle sfide poste dalle singole realtà, al fine di non impattare negativamente sulle comunità locali.

È questo la sfida che ci attende nel prossimo futuro!

Napoli, 20 agosto 2019

Sono Martina Tafuro e ho 22 anni: laureata in Economia Aziendale alla Federico II. Scrivo per cercare di capire chi sono e dove sto andando, per dare sfogo alla mia inquietudine. Il mio desiderio più grande è quello di conoscere il mondo e i suoi meccanismi, partendo dall’indagine dei suoi più piccoli tasselli: le persone. Credo in un mondo più equo, ma sono già follemente innamorata di questo.