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UN’ODISSEA DENTRO L’ODISSEA

di Martino Ariano

Vicenda - Odissea

Ci sono storie che sono pietre miliari della cultura umana, e una di queste è senza dubbio l’Odissea di Omero.
Da quasi tremila anni, questo poema epico continua a parlare all’umanità, spingendola a riflettere su temi esistenziali, sul senso del viaggio, sulla nostalgia, sulla perdita e, soprattutto, sulla necessità di ascoltare se stessi.

E mai come in questo periodo storico, nel quale ci troviamo a vivere Odissee su molti fronti, dove creature (bestie) umane intonano canti di Sirene per distrarci dalla vera libertà o per piegare la realtà ai propri interessi, il regista e sceneggiatore statunitense Christopher Nolan porta sul grande schermo una versione, tutt’altro che banale, di quest’opera secolare: The Odyssey.

Ed ecco che subito scatta un certo puritanismo critico, dominato dalla convinzione che esista una versione “autentica” dell’Odissea, dalla quale il regista avrebbe dovuto attingervi religiosamente. Ma, prima di inoltrarci in questa analisi, bisogna tenere in considerazione alcuni aspetti essenziali. E anche in questo caso, ad aiutarci sarà un’opera d’arte contemporanea, esterna al film, che può diventare una chiave per comprenderne l’anima e il significato.

In primis, il poema epico su cui si basa il film è il risultato di una lunga tradizione orale, elaborata e tramandata nel tempo da diversi cantori, prima di essere fissata nella forma scritta che conosciamo. Il testo che oggi leggiamo è, quindi, arrivato a noi attraverso un lungo processo di trasmissione, trasformazione ed interpretazione. Da non trascurare, inoltre, il mistero che ancora avvolge la stessa figura del suo autore, Omero, la cui esistenza rimane sospesa tra storia e leggenda.

Certo è che nell’Odissea esiste una base geografica e storica riconducibile al mondo greco antico, ma la vicenda di Ulisse appartiene principalmente al territorio del mito. E non siamo davanti a un documentario: Nolan non è chiamato a essere uno storico o un archeologo, ma semplicemente un artista.
Perciò la domanda non dovrebbe essere: “Quanto Nolan è fedele ad Omero?”, bensì: “Che cosa ha voluto trasmettere Nolan attraverso la sua interpretazione dell’Odissea?”

Ed è proprio qui che, in The Odyssey, il regista sembra utilizzare il viaggio di Ulisse come allegoria di un percorso psicologico.

Ulisse vuole tornare ad Itaca, ma il vero problema è capire chi sarà quando finalmente vi arriverà. La guerra, gli anni, le avventure, le perdite, le tentazioni, le scelte e soprattutto il peso delle conseguenze trasformano profondamente l’uomo che era partito. Il ritorno, quindi, non è un processo semplicemente fisico: assume una dimensione psicologica, diventando un vero viaggio introspettivo, di analisi e conoscenza di se stessi. Ulisse è ognuno di noi. È la persona tormentata dalla nostalgia che si prova quando si vive lontano dalla propria casa e dalla propria patria, rappresentata da Itaca; dalla distanza dall’amore della propria vita, Penelope; dall’amore verso un figlio, Telemaco; dal legame con il proprio animale, Argo; dal rapporto con le leggi divine e con gli uomini che incontra lungo il cammino.

Ed è difficile non vedere, in tutto ciò, l’essenza del cinema di Nolan: il tempo, la memoria, l’identità, il trauma, la colpa e il rapporto fra ciò che si è stati e ciò che si è diventati.

Da Memento a Oppenheimer, Nolan ha raccontato personaggi schiacciati dal tempo e dalle conseguenze delle proprie scelte. In The Odyssey trova un ulteriore calderone, dove bollire e presentare la sua porzione magica cinematografica. E il centro emotivo del film non è la guerra, né i mostri, né il viaggio in sé, ma il ritorno. L’avventura assume così un peso che grava anche sul pubblico, chiamato a comprendere che ogni viaggio ha senso soltanto quando abbiamo qualcosa da perdere e, forse, qualcosa a cui tornare.

Anche le location scelte contribuiscono a questa narrazione. Nolan ha scelto luoghi capaci di restituire atmosfere differenti, costruendo una sorta di geografia emotiva del viaggio:
• In Marocco, Aït Benhaddou offre un paesaggio arcaico e monumentale, mentre le coste di Essaouira evocano il mondo mediterraneo e le atmosfere legate alla guerra di Troia.
• In Grecia, luoghi come Pilo, Methoni, Voidokilia e la Caverna di Nestore permettono al regista di confrontarsi direttamente con la geografia omerica tradizionale.
• In Italia, le isole Egadi, e in particolare Favignana, diventano parte di questo immaginario del ritorno e della patria perduta, Itaca.
• La Scozia, con i suoi paesaggi ancestrali e quasi fiabeschi, offre invece un ambiente ideale per il mondo di Circe e per la dimensione più selvaggia e magica del racconto.
• E, infine, l’Islanda, con la sua natura estrema, diventa il luogo perfetto per evocare il mondo dell’Oltretomba e l’incontro con Tiresia.

Nolan, quindi, non sembra voler disegnare una mappa realistica dell’Odissea, ma una mappa emozionale, nella quale ogni paesaggio accompagna lo spettatore attraverso uno stato d’animo diverso. Il viaggio deve cambiare continuamente aspetto perché cambia continuamente l’uomo che lo intraprende.
Ed è proprio qui che mi viene in mente l’artista giapponese Chiharu Shiota (1972).

                   Chiharu Shiota, Where are we going?, 2017-2025, Lana bianca, filo metallico e corda, installazione, MAO Museo d’Arte Orientale, Torino, 2025. Foto: Giorgio Perottino.

Nella sua installazione Where Are We Going?, l’artista giapponese costruisce un’immagine solo apparentemente semplice, in realtà è molto piú complessa: delle barche sospese nello spazio, avvolte e attraversate da una fitta rete di fili. Le barche sono il mezzo del viaggio per eccellenza.

Ma la domanda posta da Shiota come titolo dell’opera non è solo “dove stiamo andando?”, ma ha una natura molto più profonda ed esistenziale:

Dove stiamo andando come individui?
Dove ci conduce il nostro viaggio?
E, soprattutto, siamo davvero noi a scegliere la destinazione?

Guardando le barche di Shiota, viene spontaneo pensare a Ulisse. Anche lui è sospeso all’interno di una rete di legami, ricordi, perdite, desideri e responsabilità. Il mare lo separa da Itaca, ma ciò che realmente lo tiene lontano da casa non è soltanto la distanza geografica, è il viaggio stesso, il suo presente.

Le barche di Shiota sembrano stare in movimento, ma allo stesso tempo paralizzate. Sono pronte a muoversi, ma risultano imprigionate in una rete di fili che le collega e le trattiene. È la stessa contraddizione di Ulisse: un lungo viaggio per tornare.

A tutto ciò si aggiunge la volontà, decisamente controcorrente, di Nolan di restituire fisicità all’avventura. Una scelta dimostrata innanzitutto attraverso il ricorso alla tecnologia IMAX, capace di offrire immagini più ampie e immersive, ma soprattutto attraverso la decisione di lavorare, quando possibile, con elementi reali: il mare è mare; le navi sono reali; le azioni vengono realmente messe in scena e le location sono autentiche. Persino alcune creature che avrebbero potuto essere affidate alla computer grafica vengono costruite fisicamente: Polifemo, per esempio, è stato realizzato attraverso un enorme animatronic.
Questo, naturalmente, non significa che il film sia privo di CGI. La computer grafica esiste e viene utilizzata quando serve, ma senza sostituire sistematicamente la realtà fisica della scena. Nolan sembra voler fare in modo che lo spettatore percepisca il peso concreto dell’avventura. A contribuire a questa sensazione sono anche le inquadrature ravvicinate, che catapultano il pubblico direttamente dentro l’azione: sulla nave, nel mezzo di una battaglia, accanto ai personaggi. E poi ci sono i suoni, intensi, vibranti, quasi fisici, che amplificano ogni movimento, ogni tensione, ogni pericolo.

È attraverso questa combinazione di immagini, materia e suono che Nolan cerca di trasformare lo spettatore da semplice osservatore a partecipe dell’esperienza, restituendo al mito una dimensione concreta, corporea ed emozionale.

Ed è qui che l’installazione di Shiota torna nuovamente ad essere significativa. Quelle barche non raccontano semplicemente un viaggio, raccontano il movimento dell’uomo attraverso la propria esistenza. Il filo, elemento ricorrente nell’opera di Shiota, diventa una metafora dei legami invisibili che ci uniscono agli altri, al nostro passato e alla nostra memoria. E l’Odissea è, in fondo, proprio questo.

Il viaggio di Ulisse non lo é solo fisico, ma anche introspettivo, psicologico. Lo allontana da se stesso, per poi, alla fine, ritrovare se stesso. Ed è forse questo il punto cruciale nel quale Nolan si allontana dalla semplice trasposizione dell’opera di Omero. Si può criticare Nolan e le sue scelte. Si può contestare una scelta narrativa, una modifica, una scelta di costumi poco coerente con l’epoca epica, un’interpretazione o qualsiasi altro elemento cinematografico e si può perfino sostenere che Nolan abbia fallito nel raccontare Omero, ma, se la critica pretende stabilire una sola forma “corretta” di raccontare l’Odissea, allora diventa paradossale.

La natura stessa del mito è quella di essere continuamente reinterpretato.

L’arte non è archeologia. Non è un documento notarile. L’arte è interpretazione.

Possiamo amare o detestare il risultato. Ma alla fine non è forse questa esattamente la funzione dell’arte: prendere qualcosa che appartiene al passato e domandarsi che cosa possa significare nel presente?

Nolan non deve essere Omero, deve essere Nolan. Il regista sembra raccontare un uomo che, dopo aver perso dieci anni della propria vita, deve scoprire se è ancora capace di riconoscere casa sua e, soprattutto, se è ancora capace di riconoscere se stesso.

Ed è qui che ritorna la domanda di Chiharu Shiota: Where Are We Going? (Dove stiamo andando?). Forse la risposta non è una destinazione, forse è il viaggio stesso.
Questa non è, quindi, una semplice trasposizione dell’Odissea. È un’Odissea dentro l’Odissea.

E forse è proprio così che un classico continua a vivere: non rimanendo immobile, ma continuando a viaggiare attraverso gli occhi, le mani e l’immaginazione di chi decide di raccontarlo nuovamente.

Perché, in fondo, ognuno di noi vive una propria e personale Odissea.

Buon viaggio a tutti.

Napoli, 22 agosto 2026