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L’amore vile

di Enrico Tomaselli

 

Si dice che quando la storia si ripete, la seconda volta è commedia. Ma quando era già commedia la prima volta, è la seconda ad essere tragedia. Ed è precisamente questo che si sta delineando, nell’approssimarsi del rinnovo del consiglio comunale di Napoli.
Allora, lo spettacolo indegno delle primarie fu il coronamento del processo di sfacelo che aveva travolto il fu-centrosinistra, logorato da un ventennio di potere locale, apertosi come stagione di speranza e di rinascimento, e finito miseramente in discarica.
L’esito di quella commedia, fu l’elezione di De Magistris, l’outsider che prometteva di scassare tutto per ricostruire una città diversa e migliore.
In questi quasi cinque anni di sindacatura, dismessa la bandana arancione, il sindaco si è però dimostrato semplicemente inadeguato, del tutto incapace di concretizzare le promesse elettorali.
E nuovamente la sinistra (in senso mooolto lato…) si presenta all’appuntamento in condizioni persino peggiori di quelle di cinque anni fa. Con il rischio, concreto, che in questo vuoto – di proposta, di credibilità, di donne e uomini – si concretizzi l’ipotesi (ed ecco la tragedia) della rielezione del sindaco uscente.

Sulla città grava il vuoto pneumatico del dibattito politico.
La destra è praticamente scomparsa, anche come riflesso del suo declino nazionale, e se pure può certamente contare sul suo bacino elettorale, niente affatto irrilevante, è del tutto assente sul piano della visibilità politica.
Il M5S, che pure viene dato come uno dei principali competitor, risulta non pervenuto.
La stessa sinistra radicale, che nonostante le promesse e le premesse continua a mantenersi insensatamente divisa, oscilla tra un opaco accucciarsi all’ombra del sindaco ed una mai sopita tentazione di fare l’alleanza col PD.
Il quale non è da meno, e mostra l’indegno spettacolo di un triste risiko tra i vari cacicchi locali, nella rimarcata assenza del rottamatore, nel quale sembra emergere solo la figura del redivivo Bassolino.

Il sindaco, dal canto suo, fa campagna elettorale cercando di (ri)proporsi come un campione dell’opposizione al governo di Roma, ammiccando alla sinistra radicale ed antagonista, così come all’elettorato grillino di protesta. More solito, atteggiamenti, parole e tweet rivoluzionari si sprecano. Salvo poi reggersi in consiglio comunale sui voti dei centristi, e dialogare amabilmente con le mire di pezzi di imprenditoria locale (vedi NapoliEst, Insula di via Marina, etc).

In tutto questo, nessuno sembra accorgersi più di tanto che la città è un far-west, dove si spara abitualmente per strada, nelle periferie estreme così come a poche decine di metri dalla centralissima via Toledo.
La città reale, insomma, appare espunta dal dibattito politico pubblico. Al più, ci si accapiglia sulle riprese di Gomorra 2. Come se il problema fosse la rappresentazione del dominio criminale sulla città, e non piuttosto il suo manifestarsi concreto.

I napoletani indulgono spesso e volentieri in sperticate manifestazioni d’amore per la propria città (spesso, com’è del resto nella natura dell’amore, del tutto irragionevoli). Eppure, restano passivi di fronte allo scempio che si fa dell’amata.
E quando si assiste allo suo stupro senza levare neanche un grido, si è complici degli stupratori.
Se manca il coraggio di ribellarsi, e financo quello di fuggire edoardianamente, si abbia almeno la coerenza di riconoscere che questo amore è solo presunto. É vile, e non merita di essere ricambiato.

Napoli, 27 settembre 2015