Santa Patrizia
di
Riccardo Limongi
Con il dovuto riguardo per San Gennaro, che del resto alle 9,39 aveva già dato segno di sé, questa giornata del 19 settembre mi sembrava perfetta, anche simbolicamente, per andare a visitare Santa Patrizia di Costantinopoli, della quale, pur se compatrona di Napoli, fino all’anno scorso ho confessato la mia scarsa conoscenza, e la cui fama mi era giunta per la notevole coincidenza con il miracolo della liquefazione del suo sangue, che si ripete ogni settimana, al termine della funzione religiosa delle ore 10,30.
Come per l’anno scorso, nell’occasione della mia prima partecipazione al prodigio di San Gennaro al Duomo, l’intenzione era quella di prendere parte, anzi, fare parte di un rito che oltre ad una potenza ritualistica indiscutibile, facesse ascoltare quello che accade ad un livello sottile, energetico, poco descrivibile, che è disegnato sia sui volti dei fedeli che su quelli delle custodi di S. Gregorio Armeno, le sorelle filippine dell’Ordine delle Suore Crocifisse Adoratrici dell’Eucaristia.
Anzitutto, un pensiero al restauro, magnifico, terminato proprio un mese fa, di una chiesa che vista così, rende assolutamente e finalmente l’idea di quella “stanza di Paradiso in terra” descritta nel 1692 da Carlo Celano nel suo “Delle notizie del Bello, dell’Antico e del Curioso della città di Napoli”: lo splendido portale di noce intagliato a rilievo con i quattro evangelisti; i complessi figurativi affrescati da Luca Giordano nel 1679, dove si legge la storia delle monache greche, fra cui la Santa; il soffitto ligneo (che da solo varrebbe un prezzo per un biglietto che non c’è quasi mai, per le cose più belle di cui godere…); la raggiera in ottone artigianale napoletano con il “comunichino della Badessa” dal quale le monache ricevevano l’Eucarestia; il magnifico altare maggiore traforato in marmo bianco di lavorazione napoletana, ed infine le cappelle, di cui alcune ancora conservano cinquecentesche colonne corinzie di marmo rosa.
E nell’ultima cappella sulla destra, il corpo di Santa Patrizia, giunta a Napoli con altre monache greche, probabilmente nell’anno 663.
Fra i percorsi possibili dei culti e delle venerazioni, questo si lega ad una sensazione particolare, forse la più immediata ed istintiva a causa del suo talento evocativo: quella del sangue. Non potrebbe esserci, credo, un richiamo più forte, per una mente protesa verso la ricerca ed il riconoscimento del Sacro, che quell’elemento materiale (e solo la materialità può dare tanta forza all’evocazione, come insegna anche l’antropomorfismo religioso), che rappresenta il simbolo della vita stessa, e che in quell’urna era perfino denso, non molto liquido, come se fosse stato appunto un condensato di storie, accadimenti, voti, suppliche, meditazioni, visioni e secoli interi di sguardi verso di lui ed insieme da lui verso l’esterno, a farlo muovere con lentezza lungo le pareti dell’ampolla.
Forse è lasciandosi trasportare dall’onda del cerimoniale e del vissuto del momento, senza farsi domande e soprattutto senza cercare risposte, che si possono ascoltare a fondo, e portare con sé in maniera persistente, le intensità di luoghi e devozioni che Napoli si mostra sempre capace di esibire. Il sangue è un percorso particolarmente attraente, certo, ma è impossibile dimenticare quante altre innumerabili tradizioni vivono, e con quale forza ancora sopravvivono, in una città che del resto, soltanto di Santi Patroni ne ha 51.