La Voce del Quartiere
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Abitavamo tutti al Rione Terra di Mi è toccato in sorte il primo passo delle nuove visite in notturna organizzate per consentire un primo sguardo sullo stato dei lavori intrapresi per portare alla luce, valorizzare e restituire alla vita quotidiana il Rione Terra di Pozzuoli. Con quel passo, sono entrato simbolicamente nel sito parzialmente aperto al pubblico, e per qualche tempo perciò ho anche potuto ascoltare la sua voce, in uno spazio ancora deserto. I livelli di stratificazione della memoria che si possono osservare sono un vero splendore per coloro che amano trovarsi in un crocevia di Tempi e di eventi del passato: ci si trova di fronte al primo insediamento, dopo che fu abitata dai primi Sami, ovvero la fondazione greca nel 529 a. C. di Dicearchia, il giusto governo, poi la colonia romana del 194 a. C., chiamata Puteoli ("piccoli pozzi") per la presenza delle sorgenti termali, che la fece diventare il porto commerciale di Roma, fin dopo la sistemazione del porto di Ostia. E poi ancora le tracce delle invasioni barbariche, il castrum puteolanum dell’alto medioevo, l’ampliamento del Duomo e la costruzione di palazzo De Fraja e del Sedile dei Nobili nel ‘600 e ‘700, il Tempio di Augusto, "scomparso" nel ‘500 e riapparso grazie all’incendio del Duomo nel 1964 per farsi ammirare anche con la firma del suo stesso architetto sulla pars postica, Lucio Cocceio Aucto, proprio lui, lo stesso che ci ha donato la crypta neapolitana e la galleria dell’Averno, fino alla Pozzuoli rinascimentale, barocca e moderna… Tuttavia non è la storia e la lettura delle sue generose eredità, di cui per nostra fortuna siamo pieni in ogni angolo del nostro territorio, a colpirmi maggiormente. Camminando fra tutte queste sovrapposizioni di arti, persone, eventi ed attività, lo sguardo cade di frequente su particolari che hanno la forma più spesso di una pietra, quando non dell’uso particolare di un reperto riutilizzato, o di una concezione architettonica originale. Ed i tracciati urbani ritrovati, e spesso riproposti, usati e riutilizzati nelle epoche successive, danno un senso della Storia assai forte e direi quotidiano: mi viene da pensare che in ogni epoca, immediatamente successiva ad un’altra, c’è sempre stato forse lo stesso tipo di considerazione del passato recente. Mi spiego meglio: quante cose oggi considereremmo (preziosamente) antiche, piuttosto che vecchie o anche vetuste o antiquate? La differenza è notevole, e credo risieda più nella cultura del tempo che nella sensibilità personale. Farò un esempio traendolo precisamente da uno degli edifici del Rione Terra, sul lato esterno che affaccia a Nord: un abitante di Puteoli diciamo del basso medioevo, cosa doveva pensare del ritrovamento casuale di un resto di colonna romana, se non che sarebbe stata un eccellente paracarro da inserire nell’angolo della parete del suo edificato, sulla strada, per evitare che i carri continuassero a rovinarglielo? Sapremo ritrovare questo atteggiamento quasi dappertutto, a Napoli, soprattutto per le strade del centro storico, tanto che io proporrei un primo criterio di valutazione per questo tipo di confidenza con il passato prossimo, e di apparente assenza di quella che oggi, a noi abitatori del XXI secolo che ne abbiamo coltivato la scienza e l’arte, si manifesta come una mancanza di rispetto nei confronti della Storia e delle sue antiche testimonianze, archeologiche ed artistiche: il criterio della prossimità. Tenendo conto del fattore rilevante della contestualizzazione delle azioni, lo stesso di ogni metodo storiografico, vorrei calarmi nell’immaginazione, quando non nell’ingegno, di un puteolano o di un napoletano che ritrovano casualmente quello che oggi (per noi e dopo magari altri 500 anni) sarebbe un reperto archeologico, mentre per lui risulta immediatamente un’ottima soluzione per un problema immediato, magari per migliorare le condizioni igieniche della sua abitazione: qual è la differenza fra la prossimità, la vicinanza in termini di anni trascorsi fra sé e l’oggetto del passato, ed il tipo di familiarità che ne consegue, la quale per la nostra cultura è pressoché un tabù, oltre che essere proibita anche formalmente attraverso apposite normative di settore? Forse potremmo chiedercelo provando a prendere in mano un oggetto che abbia un secolo di vita, come è accaduto per tante colonne e trabeazioni riutilizzate negli strati successivi sovrapposti l’uno all’altro come gli anelli interni di un albero che parlano della loro età: credo che anche alla maggioranza di noi, oggi una pietra di "solo" cento anni fa direbbe poco, e soprattutto credo che nelle altre epoche forse non c’era un distacco così assoluto e quasi inverosimile come quello che c’è fra la nostra e tutte le altre che l’hanno preceduta: forse prendere in mano una pietra di duecento anni prima non faceva quell’effetto di meraviglia che fa oggi perché i secoli scorsi, fra di loro, erano tutti molto più "sensati", intendendo con questo termine una appartenenza comune ad una storia molto più forte di quanto non sia invece oggi la cesura cairologica fra noi ed il passato. Forse la preziosità, il pregio quasi asettico riconosciuto al passato, e di conseguenza anche ai suoi resti archeologici, è un rapporto direttamente proporzionale a quanto ce ne siamo allontanati, anche con lo spirito. Certo, il senso della Storia non ha solo un suo lato quantitativo, ci mancherebbe, e tuttavia mi viene da proporre questo criterio perché forse spiega una larghissima parte di tutte le contaminazioni e di questo che oggi a noi appare un senso così inconcepibile di mancanza di riguardo per oggetti e materiali cui (oggi) chiaramente riconosciamo un valore che forse altro non è che il suo esatto opposto e contrario, ovvero quello della eccessiva modernità della nostra epoca.
16/09/2007
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