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Peppe Barra, il Seicento di oggi
di
Riccardo limongi
Ci sono tradizioni, nello spettacolo, che è
bello ritrovare con una rassicurante scadenza, ed andare a rivederle e
rileggerle, di tanto in tanto, fa sentire il piacere di rinnovare un rito
che diventa quasi cultuale, in una città che sa trasformare in incanti
molte delle sue memorie.
Era da molti anni che non vedevo la Cantata dei Pastori, ovvero Il Vero
Lume tra l’Ombre, ovvero la Spelonca Arricchita per la Nascita del Verbo
Umanato, dalla stagione 1989/1990, da quando cioè potemmo ancora
ammirare l’indimenticabile Sarchiapone di Concetta Barra.
Proveniente da una settimana di repliche al Teatro Strehler di Milano
nell’ambito del Festival del Mediterraneo, la Cantata torna in una
delle riscritture più note, sempre che sia possibile mettere a confronto
le infinite contaminazioni, rielaborazioni, rifacimenti operati dal Teatro
popolare napoletano da quando fu rappresentata la prima volta, nel 1699,
grazie al lavoro originale di Andrea Perucci, al secolo dottor Casimiro
Ruggiero Ugone.
Per secoli, e fino agli anni quaranta, il vero Segno dell’arrivo del
Natale, a Napoli, non è stato una luminaria o un albero, quanto piuttosto
l’annuncio della Cantata sui manifesti, per la sera del 24.
E quanti, poi, hanno sentito parlare di personaggi leggendari come
‘Ntuono d’e Cangiane, lo scaricante portuale che fu ingaggiato per il
Teatro San Ferdinando dal 1880 e che viene ricordato come uno dei migliori
Belfagor di sempre…?
È anche l’edizione contraddistinta soprattutto dall’ultima aggiunta,
quella che ancora oggi rimane una delle migliori trovate, Sarchiapone
appunto, figaro napoletano con qualche problemino di giustizia (un paio di
condanne per omicidio da cui fuggire) che si ritrova in Galilea, dove
incontra per caso lo scrivano Razzullo, elemento principe della commedia
popolare napoletana, con la sua atavica fame ed il suo… problematico
rapporto con il lavoro, o come abbiamo sempre detto qui, ‘a fatica.
Io credo che la magia della Cantata sia nel saper collocarsi in
un’altra epoca, quattrocento anni indietro, e stare in mezzo alla gente
che riempiva i teatri napoletani la sera di Natale, quando al posto delle
file di platea c’erano decine e decine di persone in piedi, a mangiare, a
bere, a parlare, a ridere e pure a pretendere estreme volgarità nelle
battute, ma anche a fermarsi assorta nei non rari momenti di commossa
evocazione della Santa notte.
Se è vero che quando si vuole godere delle arti di epoche antiche, è
sempre un esercizio di purezza e di autenticità quello di cercare di
appartenervi e di comprenderne l’epoca, prima con la sensibilità e poi con
la mente, ebbene ancor più ciò avviene per narrazioni come questa, nella
quale il gusto secentesco, nonostante le numerose modifiche intervenute, è
completamente parte delle musiche, delle evoluzioni, del rapporto stesso
fra i recitativi e le intrusioni comiche, laddove la pesante influenza del
rigore religioso, dotto ed arcaico, della controriforma, venne via via
inquinato con presenze che potessero essere comprese ed anzi vissute e
partecipate, anche fin troppo attivamente, dalle masse popolari, tanto che
man mano queste parti cominciarono perfino a prendere il sopravvento, a
scapito della sacralità originaria. Basti pensare che fu tale e così
indovinata l’opera di continue aggiunte di personaggi e di "avvicinamento"
al gusto più popolare, che nel 1899, proprio a causa del livello raggiunto
dalla loro volgarità, il prefetto di Napoli, Conte Cadronchi, si sentì
costretto a proibirne la rappresentazione "proibendo d’ora innanzi la
recita natalizia per ragioni d’ordine e di decenza pubblica", come
riferiva lo stesso anno Benedetto Croce.
Peppe Barra ha raccolto questa eredità trasformando perfino gli spunti
comici, divertentissimi ed autenticamente popolari, in passaggi in cui la
sua eleganza e la sua eccezionale bravura, riescono a farsi sentire sempre
e sopra ogni altra prospettiva.
Spero che soprattutto i napoletani che non hanno ancora coltivato
abbastanza le proprie radici, vadano a vederla come si va alla riscoperta
di qualche vecchia fotografia dell’infanzia, nella quale sarà difficile ma
assai gratificante ritrovare qualcosa dello stesso spirito con il quale
oggi stesso sorprendentemente conviviamo, sia dentro che fuori di noi.
Al Teatro Trianon, fino a domenica 7 gennaio
2007
25 / 12 / 2006 |