La Voce del Quartiere

La Signora Titina 

di
Riccardo Limongi

 Questa è la piccola storia di un cambio di prospettiva abbastanza rapido, un mutamento nel guardare le cose di cui questa città ci regala sempre molte opportunità che è bene cogliere ogni volta che si presentano. O forse no, forse qualche volta si deve tentare di rimanere più rigidi, chissà, direi di scoprirlo durante il ragionamento stesso.Con la solita idea di andare a scoprire qualcosa in più di uno straordinario patrimonio che abbiamo sotto gli occhi ma che non conosciamo quanto merita, sabato scorso, con la preziosa compagnia di un’archeologa, la dott. ssa Giovanna Marrone, sono andato a scoprire due siti che avevo sempre lasciato da parte come si lasciano da parte alcune cose preziose per allungarsi il tempo della scoperta: la Piscina Mirabilis e le Cento Camerelle.

La Piscina Mirabilis è il più incredibile e maestoso serbatoio romano di acqua potabile mai costruito. Si trova in cima alla collina di Miseno, e fintanto che ci si trova all’esterno, pur conoscendone la teoria architettonica, non si può immaginare l’effetto del luogo in cui si sta per accedere, come una cattedrale aperta nella terra, alta 15 metri, lunga 72 e larga 25, nascosta sotto una volta a botte e 48 enormi pilastri cruciformi, con un sistema di illuminazione grazie al quale i raggi solari irrompono gentilmente ed in modo assai suggestivo con luci ed ombre. Siamo in età Augustea, e la funzione era quella di servire all’approvvigionamento della Classis Praetoria Misenensis, la più importante flotta dell’Impero Romano.

Le “Cento Camerelle” sono un complesso impianto idrico che faceva parte della villa di Ortensio Ortalo, una delle più ricche della zona, composto di cunicoli comunicanti scavati nel tufo e rivestiti da uno spesso strato di cocciopesto, materiale isolante e protettivo; insomma, una funzione di cisterna simile alla più imponente Piscina.

Per quanto famosi, sono comunque due luoghi nei quali immagini di non trovare molta gente, e di poterteli anche godere in grande tranquillità, un po’ come accade sovente con i Parchi Archeologici di Cuma e di Baia, salvo scolaresche più o meno interessate.

Forse però non è facile invece aspettarsi, all’arrivo, un cancello chiuso con un cartello di questo tenore: “Monumento sprovvisto di servizio fisso di custodia. Per informazioni sulle visite rivolgersi all’assuntore di custodia sig.ra Scotto di Vetta Giovanna - via Piscina Mirabilis, 9 – Bacoli”.

Premesso che mi ero informato sull’orario di apertura e che ero sicuro fosse visitabile, comincio a sorridere per una modalità di organizzazione che suona come profondamente napoletana, e mi avvio in cerca dell’indirizzo e della persona indicati.

Dopo meno di un centinaio di metri, sotto un arco rosso lungo la strada, appare l’accesso ad un’abitazione di quelle da cui ci si immagina esca una signora anziana che sta preparando il suo ragù domenicale, con gli odori ed il colore tipico della situazione: ed infatti è così. La signora ci chiede di attendere un attimo, il tempo di uscire e di accompagnarci al cancello della Piscina, aprirlo, ed attenderci fuori per il tempo della visita.
Tralascio le impressioni del sito, che corrispondono effettivamente a quanto mi aspettavo in maestosità ed immaginazione di tutto ciò che ha visto accadere nella sua storia.
Ringraziamo, e ci avviamo alle Cento Camerelle.

Stessa scena.

Anche qui, il cartello ci indica l’indirizzo dell’Assuntore di Custodia, che nel frattempo nel mio immaginario sta già diventando una figura quasi mitologica, e due isolati più indietro ci aggiriamo, anche su gentile indicazione di due passanti, alla ricerca della Signora Titina, chiamandola a voce alta sotto casa sua.
La Signora Titina stavolta ci accompagna anche nella visita, e la sua cortesia ed interesse per un luogo che ha vissuto per tutta la vita (la figura mitologica di Assuntore di Custodia scopriamo essere ereditaria, tramandandosi di generazione in generazione…) le fa raccontare storie che possono appartenere soltanto ad una memoria viva e diretta: l’evoluzione della illuminazione del sito, le candele che si spegnevano sempre alla fine del percorso perché ci si affacciava a strapiombo sul mare, la costruzione di una scala meno ripida rispetto a quella da cui quasi ci si arrampicava, l’utilizzo dei cunicoli come rifugio durante la guerra, da parte della sua famiglia e degli abitanti della zona…
Sarà sicuramente a causa della mia deformazione professionale, ma sono tre giorni che mi ritrovo a pensare a questa forma di rapporto di servizio pubblico, ovvero alla stipula di contratti di assuntoria con privati cittadini, chiamati a svolgere (in maniera non continuativa né abituale o professionale) funzioni di custodia di plessi archeologici o monumentali ritenuti così isolati da non potere essere adeguatamente sorvegliati dal personale in servizio.
Si tratta di incarichi che non possono essere intesi in alcun modo come una soluzione alla carenza di personale di custodia in servizio, né essere alternativi ai servizi di vigilanza privata del patrimonio culturale, per le quali naturalmente deve farsi ricorso con le procedure ad evidenza pubblica. E del resto la natura giuridica del rapporto di assuntoria resta estranea sia al rapporto di pubblico impiego quanto a quella dell’incarico professionale, rientrando piuttosto nelle ipotesi dell’incarico di pubblico servizio, con la particolarità che sembra debba oltretutto ricadere nell’ambito del volontariato, e di conseguenza il compenso forfettario riconosciuto all’assuntore riveste carattere meramente risarcitorio e non invece retributivo. Infine, l’assoluta precarietà del rapporto e l’assenza di opportune garanzie in caso di inadempimento rende il ricorso a questa forma di collaborazione del tutto eccezionale, un “numerus clausus” di zone archeologiche o beni isolati, la cui entità nel corso del tempo dovrebbe evidentemente solo diminuire in dipendenza di migliori e definitive soluzioni di custodia.
Da quel sabato mattina, il pensiero circa l’ambito discrezionale delle scelte pubbliche che nel nostro, come dire, neapolitan stylelife, odora sempre quantomeno di favore sospetto, si sta alternando ad una valutazione tutto sommato positiva in termini di cura di luoghi vissuti quotidianamente da generazioni, che oltre ad un senso di colore così familiare allo spirito napoletano, ne fa percepire anche un aspetto di salvaguardia che magari va oltre il normale rapporto diritti/doveri di un custode-impiegato.
All’inizio dicevo che volevo scoprire durante lo svolgimento dello stesso ragionamento, se il cambio di prospettiva alla fine avrebbe favorito l’uno o l’altro aspetto; credo che stavolta non ci siano dubbi, e che in un quadro virtuale delle Cento Camerelle, la Signora Titina vada disegnata sulla soglia, con il suo sorriso, mentre racconta la storia sua e di quel rifugio.

 

14/03/2007