La Voce del Quartiere

 

Il Golfo racconta
di
Riccardo Limongi

La scienza della geologia è nata nel Golfo di Napoli.

Non è l’affermazione di un innamorato di Partenope che tende ad esagerare le qualità dell’oggetto dei suoi desideri, quanto piuttosto opinione della comunità scientifica internazionale: si ritiene infatti di poter individuare la descrizione di Plinio il Giovane dell'eruzione del Vesuvio e della distruzione di Pompei, nel 79 d.C. verosimilmente come il primo resoconto chiaro e obiettivo di un fenomeno geologico.

Prima di allora, si scontravano i Titani e gli Dèi: dopo Plinio nacquero le osservazioni, finchè circa due millenni dopo, siamo nel 1830, l’immagine di quello che allora si credeva fosse il Tempio di Serapide di Pozzuoli, apparve sulla copertina di quello che viene considerato il primo libro in cui veniva esposta un'analisi geologica: i Principles of Geology di Charles Lyell, un testo che più di ogni altro pare abbia influenzato anche Charles Darwin.

Nel XVIII e nel XIX secolo la meraviglia provata di fronte ai fenomeni naturali ed archeologici del Vesuvio, dei Campi Flegrei e di tutto il Golfo, la sacralità di questa terra rimase tale, ma spostandosi dal suo lato imaginifico a quello della sacralità della scienza, che potè osservarne in maniera privilegiata principi che condussero direttamente alla formulazione di quella teoria della tettonica a placche oggi universalmente accettata.

L’occasione di far rivivere questa storia viene da un libro, uno di quegli eventi in cui un’alta competenza scientifica si trasforma in una narrazione originale e non indulgente verso i luoghi e le cose oggetto di indagine.

C’è una rivista che ho sempre ritenuto la più approfondita ed obiettiva nel panorama scientifico, ed è l’edizione italiana di Scientific American, ovvero Le Scienze: questo mese, è in distribuzione in edicola appunto con una copia del libro Terra - Una storia intima, una vera e propria biografia del nostro pianeta, lunga quattro miliardi di anni e piena delle sue rughe, delle cicatrici e soprattutto della sua appassionante bellezza.

L’autore è Richard Fortey, paleontologo del Natural History Museum di Londra, di cui vorrei riportare l’incipit dedicato appunto al Vesuvio:
 

"Non sembrerebbe cosa facile perdere di vista una montagna, eppure è quel che succede in continuazione aggirandosi nel golfo di Napoli. Il Vesuvio appare e scompare, a volte incombente, altre volte a mala pena distinguibile al di sopra dei limoneti. In alcune zone di Napoli si vedono soltanto fili di biancheria stesa, tirati da un balcone all'altro di vecchi palazzi fatiscenti o casermoni cresciuti troppo in fretta: la montagna sembra svanita nel nulla. Questo spiega perché sia possibile passare tutta una vita in quella città solo in parte consapevoli che la propria casa è costruita sulle pendici di un vulcano, dai capricci del quale potrebbe dipendere la prosecuzione o meno della vita stessa."
 

Nel primo capitolo dunque, Fortey viaggia attraverso tutto il Golfo, da Sorrento a Capri, da Ischia alle pendici del Vulcano, fino all’inesauribile territorio dei Campi Flegrei, per descrivere la storia ed i segni con cui il tempo e l’energia sotterranea lo hanno modellato. Segni che hanno aperto la mente di quanti fino a pochi anni fa (pochi se parametrati alla nascita di altre scienze) non riuscivano ad interpretare nè a "vedere" un movimento del sottosuolo come quello che si è generato nel classico esempio del cosiddetto "Tempio di Serapide" (che oggi sappiamo invece non essere stato affatto un Tempio), nel momento in cui l’osservazione dell’azione sulle sue colonne dell’ormai famoso mollusco Lithophaoa lithopllaga (in greco "mangiatore di roccia") ha permesso di stabilire i rapporti di sollevamento ed inabissamento di quelle terre così instabili.
Ed è interessante anche scoprire quanto questi segni siano a noi più vicini di quanto si possa pensare: l’igninibrite campana, che ebbe origine in seguito a una catastrofe vulcanica che scaraventò nei dintorni cento chilometri cubici di pomice e cenere da Roccamonfina a Salerno, si trova oggi in molte delle nostre costruzioni, come anche il tufo galliano napoletano (che forse anche oggi è in produzione proprio sotto i nostri piedi...), ed è molto bella la notazione che la nicchia di san Gennaro, con tutti i colori dei suoi marmi, è rivestita proprio con i prodotti di quel calore infernale che ora gli è indifferente (e per fermare il quale fu anche esposto lui stesso, ricordo, a San Sebastiano).
L’osservazione senza indulgenza di Fortey per la condizione attuale in cui versa il territorio consentirebbe di aprire ben altri discorsi, diversi rispetto alla narrazione della scienza: se una sensazione se ne può ricavare, potrebbe essere una riedizione dell’immagine pre-scientifica con la quale veniva disegnata ed interpretata l’attività del sottosuolo: quella che ora sarebbe un regno degli inferi postmoderno, dominato dalle tenebre della civiltà, l’insegnamento proveniente da un ambiente in continua evoluzione e perenne movimento, ed un mondo che attraverso la geologia appare un ambiente in cui il nostro visibile è dominato dall’invisibile, e quello che i nostri occhi vedono della superficie è invece agli ordini di ciò che è sotterraneo.

23/06/2007