La Voce del Quartiere
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Il Golfo racconta La scienza della geologia è nata nel Golfo di Napoli. Non è l’affermazione di un innamorato di Partenope che tende ad esagerare le qualità dell’oggetto dei suoi desideri, quanto piuttosto opinione della comunità scientifica internazionale: si ritiene infatti di poter individuare la descrizione di Plinio il Giovane dell'eruzione del Vesuvio e della distruzione di Pompei, nel 79 d.C. verosimilmente come il primo resoconto chiaro e obiettivo di un fenomeno geologico. Prima di allora, si scontravano i Titani e gli Dèi: dopo Plinio nacquero le osservazioni, finchè circa due millenni dopo, siamo nel 1830, l’immagine di quello che allora si credeva fosse il Tempio di Serapide di Pozzuoli, apparve sulla copertina di quello che viene considerato il primo libro in cui veniva esposta un'analisi geologica: i Principles of Geology di Charles Lyell, un testo che più di ogni altro pare abbia influenzato anche Charles Darwin. Nel XVIII e nel XIX secolo la meraviglia provata di fronte ai fenomeni naturali ed archeologici del Vesuvio, dei Campi Flegrei e di tutto il Golfo, la sacralità di questa terra rimase tale, ma spostandosi dal suo lato imaginifico a quello della sacralità della scienza, che potè osservarne in maniera privilegiata principi che condussero direttamente alla formulazione di quella teoria della tettonica a placche oggi universalmente accettata. L’occasione di far rivivere questa storia viene da un libro, uno di quegli eventi in cui un’alta competenza scientifica si trasforma in una narrazione originale e non indulgente verso i luoghi e le cose oggetto di indagine. C’è una rivista che ho sempre ritenuto la più approfondita ed obiettiva nel panorama scientifico, ed è l’edizione italiana di Scientific American, ovvero Le Scienze: questo mese, è in distribuzione in edicola appunto con una copia del libro Terra - Una storia intima, una vera e propria biografia del nostro pianeta, lunga quattro miliardi di anni e piena delle sue rughe, delle cicatrici e soprattutto della sua appassionante bellezza. L’autore è Richard
Fortey, paleontologo del Natural History Museum di Londra, di cui
vorrei riportare l’incipit dedicato appunto al Vesuvio: "Non sembrerebbe
cosa facile perdere di vista una montagna, eppure è quel che succede in
continuazione aggirandosi nel golfo di Napoli. Il Vesuvio appare e scompare, a
volte incombente, altre volte a mala pena distinguibile al di sopra dei
limoneti. In alcune zone di Napoli si vedono soltanto fili di biancheria
stesa, tirati da un balcone all'altro di vecchi palazzi fatiscenti o casermoni
cresciuti troppo in fretta: la montagna sembra svanita nel nulla. Questo
spiega perché sia possibile passare tutta una vita in quella città solo in
parte consapevoli che la propria casa è costruita sulle pendici di un vulcano,
dai capricci del quale potrebbe dipendere la prosecuzione o meno della vita
stessa." Nel primo capitolo
dunque, Fortey viaggia attraverso tutto il Golfo, da Sorrento a Capri, da
Ischia alle pendici del Vulcano, fino all’inesauribile territorio dei Campi
Flegrei, per descrivere la storia ed i segni con cui il tempo e l’energia
sotterranea lo hanno modellato. Segni che hanno aperto la mente di quanti fino
a pochi anni fa (pochi se parametrati alla nascita di altre scienze) non
riuscivano ad interpretare nè a "vedere" un movimento del sottosuolo come
quello che si è generato nel classico esempio del cosiddetto "Tempio di
Serapide" (che oggi sappiamo invece non essere stato affatto un Tempio), nel
momento in cui l’osservazione dell’azione sulle sue colonne dell’ormai famoso
mollusco Lithophaoa lithopllaga (in greco "mangiatore di roccia") ha permesso
di stabilire i rapporti di sollevamento ed inabissamento di quelle terre così
instabili. 23/06/2007 |