La Voce del Quartiere

Da Plinio a Quintino Sella

di
Riccardo Limongi

A proposito dell’intervento recente in cui descrivevo quella poco edificante situazione in un museo di Berlino, voglio ringraziare per le risposte ricevute e gli spunti che ne derivano: mi sembra giusto riprenderle e cercare qualche via d’uscita. È stato quasi un mini-forum in cui ho percepito un accento un po’ spostato rispetto a quello che avevo immaginato, poiché si è incentrato quasi esclusivamente su un aspetto che mi sembrava di secondo piano, dato che ero stato io stesso ad inserirlo con una mia pregiudiziale (ma giusta) aspettativa: la distanza sia psicologica che denigratrice fra parti di un Paese che mi sembra sia unito da ben centoquarantasei anni.

Io invece ero rimasto fermo alla questione umana: due perfetti rappresentanti di un ceto ultramedio, che viaggiucchiano perfino, e che sebbene con sguardi annoiati si trovavano in uno dei musei più straordinari della Germania a mettere tranquillamente in mostra la loro più assoluta, pacifica e strafottente noncuranza, è vero per una tragedia del Sud di cui probabilmente non poteva fregargliene di meno, ma secondo me soprattutto per l’intero modo di porsi rispetto a qualunque tipo di passato, qualunque cosa che non fosse il presente, che so, di un telefonino o di una palestra.

Voglio dire, mi sono venute in mente scene che hanno riempito le pagine più divertenti della storia del cinema per i loro anacronismi: vado a memoria e ricordo che nei festini di Quo Vadis e di Cleopatra si possono vedere molti ananas, in Spartacus c’è una comparsa con l’orologio da polso e plebei che leggevano pergamene antiche, in un film ambientato nel medioevo si sentiva il fischio di un treno… potremmo immaginare anche che Cesare, valicando il Rubicone, tenesse le fila dell’esercito chiamando al cellulare i suoi generali (chissà se all’epoca conveniva la Tim, Vodafone o Tre… ma no, forse per parlare all’estero c’era qualche carta speciale imperiale, che so, una SPQR card) e di sicuro potremmo girare un film su Pompei un po’ più vivace, finalmente: anzitutto la mattina del 24 agosto del 79 D.C. nessun pompeiano si allarmò, perché sul Mattino non c’era nessun articolo preoccupante su eventuali ed imminenti pericoli provenienti dal sottosuolo, e c’è da dire che quando pochi anni prima, nel 62 D. C. l’area vesuviana fu colpita da forti terremoti, le edizioni speciali del quotidiano (naturalmente scritto in italiano, mica in latino, lingua morta…) furono molto particolareggiate.

Strano però che il loro inviato speciale avesse lasciato resoconti così precisi e drammatici in una lingua morta, nelle sue lettere a Tacito. Plinio il Giovane si trovava a Miseno all’incirca all’una del pomeriggio del 24 agosto, era insieme allo zio Plinio il Vecchio che governava la flotta, ed osservò l’inizio dell'eruzione e gli eventi che portarono alla morte lo zio, che si avvicinò troppo alla costa e per l’eccessiva curiosità rimase intossicato dai gas.

E vabbè, qualche incomprensibile ed inutile dettaglio ci sfuggirà, magari… e mica stavamo là che potevamo sapere tutto, del resto a cosa servirebbero i giornali altrimenti?

Ecco qual era il mio accento: l’incomprensibile verosimiglianza dell’assurdo, piuttosto che la strafottenza del rappresentante del cosiddetto nord. Ma forse devo ripensarci, se rimane così viva la sensazione di un perenne stato di convivenza con questo noiosissimo e ormai secolare disdegno fra cittadini che si considerano di serie A e noi che ci troviamo nella "loro" serie B.

Anche questo, un disdegno causato soprattutto dall’ignoranza (rieccoci) della storia, anche moderna e contemporanea. Facciamo qualcosa di utile, allora, con la presunzione di voler risvegliare qualche memoria, o magari accenderne qualcun'altra, perché non dimenticare è sempre qualcosa per cui vale la pena perdere tempo a ripetere un discorso.

Perdiamolo, un po’ di tempo. Potremmo cominciare con il ricordare qualcuno degli aspetti di una questione meridionale tanto celebre quanto ignorata, da questa epoca in cui va tanto di moda parlare ad esempio del ricco nord che non vuole pagare le tasse al sud scansafatiche, una delle numerose e vecchie messe in scena colpevoli di malafede che sarebbe insensata, se non fosse invece fondata ed alimentata da una completa e premeditata ignoranza (accidenti, è la seconda volta che pronuncio questa parola, devo trovare un sinonimo o rischio di diventare ripetitivo...).

In effetti, forse l’aspetto economico e finanziario dell’unità d’Italia sarebbe un eccellente punto di partenza da analizzare: non me ne vogliate se presto riprenderò l’argomento, sarà una riflessione alla quale spero di guadagnare ancora una preziosa partecipazione.

 

29 /07 /2007