La Voce del Quartiere
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Referendum - Considerazioni sul voto di
Il risultato di questa consultazione referendaria mi sembra sia andata talmente oltre le attese da meritare qualche considerazione che dia il senso del momento che stiamo osservando e vivendo. Anzitutto, la partecipazione. Veniamo da due turni elettorali molto ravvicinati, addirittura tre per i comuni in cui si è andati alle urne anche per il ballottaggio, e quindi una sorta di overdose di schede elettorali e di campagna elettorale, oltre alle temperature così elevate, faceva presagire un dato percentuale assai scarso sulla partecipazione, che già di per sé negli ultimi referendum era stato giustamente considerato indicativo di una disaffezione preoccupante: in occasione del referendum sulla procreazione assistita del 12 e 13 giugno 2005 in Italia aveva votato il 26% della popolazione avente diritto al voto, mentre il referendum confermativo del 7 ottobre 2001, svoltosi in un’ unica giornata e riguardante la riforma del Titolo V della Costituzione, aveva segnato una partecipazione definitiva del 34,1%. Questa volta, alla chiusura dei seggi l’affluenza è stata del 53,6%: sono stati dissolti i fantasmi ultradecennali di un’astensione superiore alla metà, per un NO che ha prevalso con un inatteso quanto significativo 61,7%, ed un SI rimasto fermo al 38,3%. Ogni commentatore ha ammesso che questa partecipazione ha sorpreso, io stesso lamentavo spesso la mancanza di una diffusa mobilitazione, mentre forse ha prevalso un significato politico più importante di quanto sembri: certo, sarebbe bastato pensare che si trattava di una sottospecie di riforma promossa e presentata da un odontotecnico (con tutto il rispetto per la categoria) che riteneva, insieme con la sua parte politica, di poter scrivere con una penna Bic blu quello che i Padri della Costituente avevano scritto con una indelebile penna d’oca; certo, la motivazione politica di una simile operazione risiedeva unicamente nello scambio scellerato di favori e ricatti fra un nano (politico…) che aveva troppo a cuore i suoi interessi ed un capopopolo estremista che continua a pesare troppo nella sua coalizione; e tuttavia questo sarebbe bastato soltanto a mobilitare una sola parte politica, o forse soltanto il suo zoccolo duro, non certo ad ottenere una simile partecipazione ed adesione al NO. Adesione che è giunta ormai a chiarire anche che la divisione vera, ormai, non è più nemmeno quella che si immaginava, fra Nord e Sud, bensì soprattutto all’interno dello stesso Nord: se leggiamo i dati disaggregati, scopriamo infatti che nel Nord il No ha prevalso in tutte le città maggiori ed in grandissima parte dei capoluoghi di provincia, tanto per far capire a qualcuno che questa cosiddetta devolution, il cui spirito aleggia soltanto nelle periferie e nelle province, altro non è che un trionfo del localismo più estremizzato. Verrebbe da scomodare il 1974, per le analogie politiche interessanti con la storica affermazione del referendum sul divorzio: mutatis mutandis per la pronuncia su di una legge piuttosto che sulla nostra Grundnorm, lo ricorda la netta divisione in due schieramenti simili a quelli di oggi, una sconfitta al nord all’epoca solo in Veneto, la sensazione della fine di un ciclo e della necessità di un centrodestra da reinventarsi o rifarsi a partire dal suo leader (come allora accadde per il passaggio da Fanfani a Zaccagnini). Probabilmente questa è allora la terza consecutiva voce, questa ancor più chiaramente contro il senso di sgretolamento dello Stato, che si è alzata anche per indicare una strada: oltre all’intolleranza per il modo in cui negli ultimi anni è stato gestito il potere e ad un immane ed intollerabile serie di conflitti di interessi, certamente questa strada passa anche per la riforma delle parti non più attuali della nostra Costituzione, come già avvenuto per il Titolo V e per quanto ancora deve necessariamente essere migliorato, ad esempio sul funzionamento del Parlamento e sull’iter legislativo; ed ancora più fermamente auspico che questo compito venga affidato a coloro che siano in grado di farlo "in italiano", ovvero senza lasciare artatamente spazio a buchi ed oscure interpretazioni, foriere di sicuri lutti istituzionali. 28 /06 /2006 |